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domenica 15 marzo 2009

Dentro Westvleteren

Filip Geerts mi ha segnalato questo interessantissimo documentario , pubblicato da lui su youtube, dove due giornalisti (Jean Blaute e Ray Coke) visitano l'Abbazia di St. Sixtus a Westvleteren per un documentario da trasmettere su un canela televisivo fiammingo. Visto che è un evento eccezionale , di seguito i video.

Part 1


Part 2

martedì 2 dicembre 2008

Witte Trappist


La prima trappista blanche, questa della La Trappe; una mezza delusione però. Non che sia una birra ordinaria, ma è un po’ troppo “piatta” per essere una blanche, costruita bene, ma con poca fantasia e scarsa varietà. Colore biondo, limpido, schiuma fine di media persistenza; la prima mezza delusione viene dal naso, fresco e pulito, ma senza quegli accenni speziati che di solito fanno la ricchezza di una blanche. Poco coriandolo, quasi nulla di citrico, lievito a sprazzi. Il corpo è un po’ meglio: rotondo ed equilibrato, dalla frizzantezza spiccata, ha una corsa veloce e pulita (forse anche un pochino troppo), lascia il palato estremamente pulito, con una leggera vena amarognola che si presenta nel finale sui lati della lingua. Anche nel gusto non molta ricchezza, poca varietà, un compitino eseguito bene, ma un po’ troppo alla svolta. Un quasi clone della triste Hoegaarden di questi ultimi tempi. Alc. 5,5% vol ©Alberto Laschi

La Trappe Bockbier


La prima (e fino ad ora unica) bock trappista, una delle più recenti produzione dell’abbazia olandese. Prodotta a partire dal 2004, e commercializzata solo in autunno, è una birra fatta con più di un cereale, ad alta fermentazione, rifermentata in bottiglia. Uno dei prodotti migliori della La Trappe, questa birra, senz’altro molto più “ben fatta” della Witte Trappist, l’ultima nata in casa olandese. Bel colore rosso profondo, veramente bello, con una schiuma ricca ma non molto persistente. Aroma e gusto sono caratterizzati dal malto caramellato, dallo zucchero anch’esso candito e da un luppolo con una bella personalità, che la fanno apprezzare per l’alternanza (e l’integrarsi) dei sentori amarognoli e abboccati. La sensazione finale è quella di una birra “calda”, robusta al punto giusto, dalla frizzantezza giusta (e relativamente spiccata) che ben si accompagnerebbe ad uno stufato o ad un bel tagliere di formaggi semi-stagionati. Alc. 7% vol ©Alberto Laschi

giovedì 28 agosto 2008

I Trappisti Italiani


di ©Alberto Laschi
Monaci Benedettini della Cascinazza, Monastero di SS. Pietro e Paolo, Buccinasco (Mi). Fondato nel 1971 e attualmente “abitato” da 14 monaci benedettini di clausura, è il primo monastero benedettino italiano a produrre in proprio birra, sulle orme dei ben più famosi ed affermati monasteri belgi. 35 anni fa la comunità, fedele all’insegnamento del Padre fondatore, alla preghiera affiancò il lavoro manuale nei campi, per provvedere “in proprio” al sostentamento della vita del monastero, che col passare degli anni si è però rivelato insufficiente. Dopo varie altre esperienze lavorative (restauro di libri, produzione di latte, assemblaggio di materiale elettronico), su suggerimento di Ambrogio De Ponti (presidente dell’Associazione lombarda produttori ortofrutticoli) i padri si fecero convinti della possibilità, innovativa per l’Italia, di sostenersi attraverso la produzione di birra. Dopo vari contatti con produttori artigianali di birra (Teo Musso del Baladine, e Agostino Arioli del Birrificio Italiano in primis) e i primi (casalinghi) esperimenti produttivi, 2 monaci della comunità vengono mandati in Belgio, patria della produzione monastica di birra. Siamo nel 2005. Padre Marco Padre Fabrizio passano alcuni mesi a Westvleteren, e hanno l’occasione di visitare anche i monasteri/birrifici di Achel e Chimay. Vivono la vita conventuale, ma imparano molto, in Belgio: imparano, non copiano, come loro stessi ci tengono ad affermare. Si impegnano a studiare le tecniche produttive dei padri belgi, individuandone i passaggi fondamentali, e al loro ritorno in Italia iniziano i vari esperimenti produttivi, sostenuti in questo percorso dal contributo della Fondazione della Cariplo e dalla consulenza tecnico/produttiva del, prof. Stefano Buiatti, docente di tecnologia della birra presso l’Università di Udine. L’impianto è all’interno del monastero, studiato appositamente da una ditta veneta, e permette ai padri di produrre attualmente 35.000 bottiglie l’anno della loro, per ora, unica birra, la Amber, esito finale di circa 80 precedenti esperimenti produttivi. La vendita è volutamente tenuta “lontana” dal monastero, attraverso una rete di negozi che vanno dalla Lombardia la Lazio: questo per non turbare l’austera riservatezza del luogo, e i ritmi di vita dei padri, essenzialmente legati alla preghiera. www.birracascinazza.it
La Birra: Alta fermentazione, imbottigliata con i propri lieviti che danno vita alla rifermentazione in bottiglia, non filtrata e non pastorizzata, luppolo tedesco della Baviera e malto di provenienza italiana; ma soprattutto l’acqua, che viene da un pozzo profondo 80 metri, e che ha bisogno solo di una piccola “aggiustata” di sali per poter essere impiegata nella produzione birraria. Queste le notizie essenziali, la carta d’identità di questo primo (ed efficacissimo) esperimento birrario monastico italiano. E’ una signora birra, una belgian ale con tutti i crismi, ben costruita, bevibile “il giusto”, accattivante e dissetante. Ha un bel colore, al limite fra l’arancio e l’ambratoi scarico, e una bella, bellissima schiuma morbida e pannosa, bianca e persistente, che sprigiona un ottimo “odore belga”. Perché è proprio inconfondibile: gli esteri, il lievito, il fruttato (agrumi e bergamotto), lo speziato, con una asciuttezza finale data dal luppolo. E con il naso ci siamo: un bel naso, ricco ma non ricchissimo, equilibrato comunque. Il corpo è più snello dei 6,4° dichiarati: è molto bevibile, lievemente watery, tende, forse, a “correre un po’ troppo”, ma va giù che è un piacere. Esaltante la sua pulizia, ogni sorso annulla se stesso, invogliando al successivo. Rotonda e asciutta, piacevolmente frizzante, risalta più il luppolo che il malto, senza essere amaricante; soprattutto nel finale, estremamente dissetante. Dà l’impressione di essere birra che si mantiene sempre “giovane” e fresca, da risentire con un po’ più di maturazione alle spalle, per notare eventuali conferme, o smentite. In ogni caso, se uno degli insegnamenti del Padre Benedetto recita che ogni monaco deve «dare gloria al Signore attraverso un lavoro ben fatto», i monaci della Cascinazza, con questa loro birra, sono sicuramente in questo solco tracciato dal loro fondatore. Il marchio del Monastero, raffigurato in etichetta, riproduce un bozzetto della Cascinazza di William Congdon (1912-1998), artista americano che per molti anni ha vissuto e dipinto presso il Monastero.

domenica 15 giugno 2008

"Dentro" la Rochefort 10

di Nicolas (http://www.rochefort.tk/). Traduzione Alberto Laschi



La più forte delle tre Rochefort (e tra le più forti in assoluto del Belgio) è la 10 che sulla rigorosa base dello stile trappista inserisce caratteri tipici di una strong dark ale e la densità e complessità di un barley wine. Fu brassata per la prima volta negli anni 50 ed allora veniva chiamata “Merveille”. Copre il 30% della produzione della birreria. Il colore è bruno intenso, con riflessi rosso carminio; la schiuma, generosa ma non indiscreta, è cremosa, persistente e di color caffelatte. L’aroma è di per sé un capolavoro: malto fortemente liquoroso, con un accenno di cioccolato e burro, e soprattutto un’intensa nota fruttata che anticipa le meraviglie del gusto. Gusto che aggredisce con un sorprendente calore alcolico, il quale, sommato al corpo morbido e velato di lievito, contribuisce all’intensità di questa birra sensazionale. Superato lo shock iniziale, si sprigiona in bocca una serie interminabile di sapori, tutti perfettamente bilanciati e articolati in modo da non sovrapporsi e, allo stesso tempo, non scomparire mai del tutto; una vera e propria macedonia di frutta candita, sia dolce che amara, imbevuta di liquore e caramello, con un sentore piccante di spezie, liquirizia e cannella. La presenza del malto è costante e squisita, e mentre nel gusto assume l’aspetto di pane fresco, nel finale, sorprendentemente secco, si sposta verso una leggera nota amarognola e affumicata. Il retrogusto è generosissimo, persistente, secco e caldo per l’alcool. Un’autentica meraviglia brassicola, una di quelle birre che, ad ogni bevuta, hanno qualcosa di nuovo da dire. La gradazione alcolica è evidente, ma non ostacola una straordinaria bevibilità: un’autentica nemica del palloncino… Da servire a temperatura di cantina, con un buon tagliere di formaggi teneri e saporiti. Una meraviglia di sapori e sensazioni da sorseggiare accanto al camino, un “must” per chiunque ami la birra di qualità.


Le Rochefort, come tutte le birre ad alta fermentazione ad alta gradazione, sono eccellenti da invecchiare. La scadenza è un’indicazione obbligatoria per legge ma è irrilevante: la birra non deteriora! Al contrario, l’aroma evolve nella bottiglia per effetto dei lieviti aggiunti e per una serie di processi chimici, ancora non del tutto noti nei dettagli.

Ecco uno schema dettagliato dell’evoluzione nel tempo della Rochefort 10, in particolare per quello che riguarda l’aroma, dove i cambiamenti sono più evidenti.

1-2 mesi
Schiuma: molto regolare, ma scompare velocemente lasciando solo un sottile strato
Colore: rosso molto scuro, quasi opaco.
Aroma e gusto: assolutamente amaro, ricorda il caffé forte con tocchi di cioccolato e forse già un leggero fruttato di pera; sensazione in bocca di sciroppo. Già ben bilanciata ma necessita ancora di tempo.

2-4 mesi
Schiuma: molto regolare, ma scompare velocemente lasciando solo un sottile strato.
Aroma: sulla via del pieno fruttato: banana, pera, uva; un intero cestello di frutta.
Gusto: ancora un leggero tocco di cioccolato associato con la dolcezza delle pere conservate, ma con ancora sufficiente amarezza. Gradevolmente bevibile, eccellente equilibro di tutti i componenti.

4-6 mesi
Schiuma: molto regolare, ma scompare velocemente lasciando solo un sottile strato.
Aroma: fruttato, travolgente, di una complessità impenetrabile.
Gusto: ancora un picco fruttato, anche se diminuisce in forza raggiunti i 6 mesi.

6-12 mesi
Schiuma: scompare velocemente, a volte è persino difficile produrla.
Colore: rosso scuro, forse un po’ più trasparente di prima.
Aroma: meno forte e meno complesso, resinoso.
Gusto: a volte un po’ piatta e senza schiuma, conserva a lungo il fruttato ma anche un certo amaro.

La birra evolve più velocemente nei primi mesi, da un prodotto complesso e forte a sensazioni più morbide, e col passare del tempo perde quasi del tutto i caratteri iniziali. Dopo 6 mesi il lievito non è quasi più attivo e la complessità ha raggiunto il suo massimo, dopo di che la birra inizia in qualche modo a perdere le sue caratteristiche specifiche. Dopo parecchi anni appaiono tratti che ricordano il porto, il Madera e, in alcune birre veramente molto vecchie, alcuni liquori. A volte, dopo un anno, si distingue chiaramente un sapore brut. Questa evoluzione dipende dai processi chimici che si svolgono nelle birre quando sono prodotte con queste modalità, praticamente in tutte le Trappiste e le birre d’Abbazia dello stile Dubbel. Conoscerne l’evoluzione ci permette di avere direttamente il controllo sulla birra: sono birre vive, con gusto in evoluzione, e possiamo essere noi a decidere quando berle, nel momento in cui le preferiamo.

martedì 8 aprile 2008

La Birra Trappista

La seconda guerra mondiale, con le sue immani distruzioni, assestò l’ultimo, pesantissimo colpo alla produzione monastica di birra. L’unica eccezione fu rappresentata dai Padri Trappisti dell’ Ordine dei Cisterciensi della Stretta Osservanza, che prima della rivoluzione francese contavano almeno sei birrerie Trappiste in Francia, sei in Belgio, due in Olanda, una in Germania, una in Austria e probabilmente anche in altri paesi. Alcune delle abbazie trappiste riuscirono a continuare a produrre in proprio le loro birre di altissime qualità, con successo sempre crescente, tanto che numerose birrerie non autorizzate cercarono di sfruttare commercialmente il prodotto e il logo. Tutto questo portò i monaci a prendere provvedimenti volti a tutelare la propria immagine e soprattutto l’autenticità dei propri prodotti. Nel 1997 infatti otto abbazie Trappiste - sei del Belgio, (Orval, Chimay, Rochefort, Westmalle, Westvleteren e Achel), una Olandese (Koningshoeven) e una Tedesca (Mariawald) - fondarono l'Associazione Trappista Internazionale (ITA), che, fra gli scopi statutari, aveva anche quello di prevenire l'uso improprio del marchio Trappista da parte di compagnie commerciali non autorizzate. Quest'associazione creò un logo che può essere assegnato a vari prodotti (formaggio, birra, vino, etc.) che rispettino precisi criteri di produzione.Per le birre i criteri prescritti sono i seguenti:
• La birra deve essere prodotta all'interno delle mura di un'abbazia trappista, da parte di monaci trappisti o sotto il loro diretto controllo.
• La produzione, la scelta dei processi produttivi e l'orientamento commerciale devono ovviamente dipendere dalla comunità monastica.
• Lo scopo economico della produzione di birra deve essere diretto al sostentamento dei monaci, alla beneficienza e non al profitto finanziario.

Attualmente sono solo sette birrerie sono autorizzate a etichettare le proprie birre con il logo Authentic Trappist Product, le 6 del Belgio e l’olandese De Koningshoeven, alla quale fu revocato temporaneamente l’uso del logo dal 1999 all’ottobre 2005, perché era venuta meno ad uno dei tre criteri fondanti.

lunedì 10 marzo 2008

Sito ufficile dei Trappisti

E' online il sito ufficiale dei trappisti www.trappist.com , per ora in linea solo la versione francese e quella in fiammingo.


lunedì 18 febbraio 2008

La Trappel Quadrupel



Prodotta per la prima volta nel 1990, è diventata la più famosa; è fatta con malto pale ale, malto tostato e luppolo della Stiria.
Colore noce rossastro, spuma densa e spessa che svanisce presto. Aroma dolce, legnoso, vinoso, con un palato morbido e dolce. Le versioni più giovani sembrano avere un intenso retrogusto di zucchero, usato per la rifermentazione in bottiglia.. Ideale per gustare lentamente, prima di dormire, nelle sere fredde dell’inverno. Birra d’annata, eccellente da conservare in cantina perché si evolve piacevolmente nel tempo, può maturare per 18 mesi. Alc. 10% Vol. ©Alberto Laschi

La Trappe Tripel



Birra dal colore biondo velato con riflessi aranciati e schiuma abbondantissima. Al naso offre profumi intensi di mela cotogna, confettura di pesca ed albicocca. Al palato invece si presenta morbida, grassa, ben strutturata ed equilibrata, con un retrogusto molto persistente. Lascia a lungo in bocca aromi di luppolo e di coriandolo. Abbinabile ad una selezione di formaggi. Alc. 8% Vol. ©Alberto Laschi

La Trappe Dubbel



Prodotta secondo una ricetta del 1884, include malto aromatico pale ale, Kleur e di Monaco, e luppolo Northern Brewer di Hallertau .
Colore ambrato carico, quasi rubino e profumi intensi con note di mela cotta, datteri e chiodi di garofano. In bocca è gradevole, strutturata e consistente, con sentori dolci di malto e note di confettura di ciliegie e liquirizia, sul finale. Molto aromatica e persistente, da gustare in abbinamento a carni rosse e cacciagione. Alc. 6,5% Vol. ©Alberto Laschi


La Trappe Blond



Bel colore dorato, schiuma fine e abbastanza persistente, mediamente frizzante; sroma robusto di malto caramellato con note secche di luppolo, corpo rotondo ma non robusto, con la prevalenza abboccata del malto e u retrogusto amarognolo e asciutto. Finisce discretamente lunga. Buona, ma non memorabile. Alc. 6,5% © Alberto Laschi

I Trappisti e le Birre - Nostra Signora di Koningshoeven, Tilburg




Storia del monastero

L’unico monastero non belga che si può fregiare nella sua produzione birraria del logo “authentic trappist product” è quello olandese di Berkel – Enschot, a 3 chilometri da Tilburg, ovvero l’abbazia di Onze Lieve Vrouw (“penna di pecora”) di Koningshoeven, nella provincia olandese del Brabante, la più grande delle undici province olandesi. Posto a soli otto chilometri dal confine con il Belgio, il monastero è stato ufficialmente fondato nel 1884, ma la sua storia inizia 4 anni prima in Francia.
Nel 1880 l’abate del monastero trappista francese di Saint-Marie-du-Mont a Mont-des-Cats, Dominicus Lacaes, sentendo minacciata la sussistenza della propria comunità dalle leggi francesi apertamente ostili alle istituzioni ecclesiali, incaricò un suo monaco di fiducia, Sebastian Wyart, di cercare al di fuori della Francia un posto “sicuro” dove poter trasferire tutta la comunità monastica. La scelta cade, dopo aver valutato (e scartato) l’opzione Inghilterra, sui Paesi Bassi, e propriamente su una zona intorno a Tilburg, vicino alla piccola città di Berkel-Enschot, una territorio di brughiera, ricco di piccole fattorie, che la gente del luogo chiamava Koningshoeven (“il giardino del re”). Il nome fa diretto riferimento al re Guglielmo II d’Olanda, che aveva posseduto precedentemente quei terreni, passati poi in mano alla famiglia Houben di Tillburg; la stessa famiglia che li concede poi ai monaci francesi, a titolo completamente gratuito, per tre anni a partire dal 1881. Il 4 marzo dello stesso anno sei monaci del monastero francese di Saint Marie si congedano dalla comunità di origine e si stabiliscono a Koningshoeven, sotto la guida dell’abate Sebastian Wyart, di fatto il primo di questo nuovo monastero trappista; il primo, a sua volta, monastero cistercense nei Paesi Bassi.
Per provvedere alla propria sussistenza i monaci cominciano a coltivare la terra, ma appare subito evidente che la sola attività agricola non avrebbe permesso ai monaci di sostentarsi, cosicché nel 1883 il capitolo dei monaci dà l’incarico al nuovo abate Nivard Schweykart di costruire una birreria, che diventerà la primaria fonte di reddito del monastero. La comunità monastica comincia a prosperare attirando vocazioni da tutte le zone limitrofe (nel 1891 erano presenti già quasi duecento monaci), si espande e trova stabilità, tanto che nel 1891 un decreto papale eleva il monastero al rango di vera e propria abbazia, con l’abate Willibrord Verbruggen nominato a capo della comunità. Dopo due anni di intensi lavori, nel 1893 i monaci entrano definitivamente a vivere nel nuovo complesso abbaziale e nel 1894 viene celebrata in maniera solenne la dedicazione della chiesa dell’abbazia stessa. Come nella migliore delle tradizioni monastiche, l’abbazia di Koningshoeven “figlia” nel 1898, fondando una nuova comunità monastica a Zundert.
La storia del monastero si sviluppa con tranquillità e regolarità nei cinquanta anni successivi; anche la prima guerra mondiale non lascia sconquassi evidenti nella vita e nelle strutture del monastero e della fabbrica di birra, che, anzi, vengono rammodernati e inaugurati il 5 marzo 1931, solenne cinquantesimo dalla fondazione dell’abbazia stessa. Le attività del monastero si ampliano anche oltre i confini olandesi, e dopo aver fondato una comunità femminile a Tilburg, i monaci olandesi nel corso degli anni riescono a fondare nuovi monasteri in Indonesia (1953), Germania (1955), Kenia (1958) e Uganda (1964).
Fra la metà degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, la vita della comunità cistercense comincia ad attraversare serie difficoltà: le vocazioni diminuiscono drasticamente, alcuni monaci abbandonano addirittura la vita religiosa e l’età di molti dei monaci rimasti comincia ad essere molto avanzata. L’esigenza di destinare molte delle risorse umane interne alla comunità all’assistenza e alla cura dei monaci anziani porta il capitolo a prendere una decisione radicale: nel 1977 i monaci che hanno più bisogno di cure ed assistenza specialistica vengono trasferiti in una casa di cura religiosa di Vaught, gli altri restano a Tilburg, con un radicale ridimensionamento delle attività. Durante gli ultimi anni il complesso di Tilburg si è ulteriormente rinnovato, abitato adesso da due comunità monastiche, per un totale di una ventina di monaci, dall’età compresa fra i 30 e gli 85 anni.


Storia del birrificio




La storia della produzione birraria a Tillburg inizia con l’abate Nivard Schweykart: figlio egli stesso di un produttore di birra, l’abate nel 1885 chiede al consiglio comunale di Berkel-Enschot il permesso di aprire una fabbrica di birra e un impianto per il trattamento del malto. E sempre l’abate Nivard è il primo sovrintendente alla produzione birraria, i cui rudimenti aveva acquisito dal confratello Isodorus Laabel, monaco della Moravia. Nonostante la formazione tecnica fosse costruita sul metodo bavarese di produrre birra, a La Trappe si cominciò subito a produrre secondo la metodologia locale, cioè birra ad alta fermentazione. Inevitabili furono per questo gli insuccessi iniziali, ma molto rapido fu il processo di affinamento della tecnica, tanto che già nel 1891 la produzione birraria interna del monastero tiene perfettamente testa alla produzione locale. Da quel momento vengono fatti ammodernamenti progressivi degli impianti di produzione, vengono create nuove società anche esterne al monastero di distribuzione delle birre prodotte, e la produzione si stabilizza, con successo di vendita, grazie anche a nuovi impianti costruiti nel 1926. Dopo la seconda guerra mondiale comincia il periodo un po’ più complicato per la produzione interna del monastero. I consumi infatti calano, anche la richiesta di nuove tipologie birrarie (pils) colgono un po’ impreparati i monaci, che si sforzano di adeguarsi un po’ al nuovo mutato orizzonte commerciale, anche con ampliamenti agli impianti (introducono anche la fabbricazione di limonate), fino a che nel 1969 i monaci decidono di vendere. E lo fanno vendendo alla Artois: un po’ per un problema interno di mano d’opera (meno vocazioni, meno monaci, monaci più anziani), un po’ perché avevano bisogno di un partner commerciale più efficace, più abituato a stare sul mercato. Il contratto di vendita prevede la cessione degli impianti alla Artois per 10 anni, con la possibilità di rinnovare il contratto se la produzione fosse mantenuta all’interno del monastero. La Artois in quei dieci anni abbandona negli stabilimenti olandesi la produzione delle birre trappiste, e adopera gli impianti quasi esclusivamente per produrre le l,oro birre di “seconda fascia”. Alla fine dei dieci anni Artois decide di non rinnovare il contratto con i monaci dell’abbazia, che dunque, il 18 giugno del 1980 ricominciano a produrre direttamente nei propri stabilimenti, e ricominciano allargando la tipologia dei prodotti, introducendo anche le pils fra i loro prodotti. E’ a cavallo di questi anni che la produzione riesce a mettere sul mercato le birre più importanti e famose, la dubbel, la triple e la quadrupel, e dal 1985, in collaborazione con la belga John Martin, comincia l’esportazione delle proprie birre in tutto il mondo. Il mercato si allarga, il prodotto convince, ma le forze dei monaci si assottigliano sempre di più: tanto che sono nuovamente costretti a stringere rapporti commerciali e produttivi con società esterne. E’ il 1998, e la società è l’olandese Bavaria, con la quale i monaci stringono un rapporto di cooperazione, ritirandosi, al contempo dal controllo diretto della produzione. E’ il motivo per il quale l’ITA nello stesso anno ritira il marchio “authentic trappist product” al monastero olandese, non più “a norma” nella produzione birraria di tipo monastico. Molte sono state le diatribe che hanno seguito questa decisione, alcuni errori strategici e di comunicazione sono stati fatti da entrambe le parti, poi le cose piano piano si chiariscono, i confini si ridelineano, tanto che dopo un’ispezione ufficiale dei membri dell’ITA nel 2005 il logo viene riassegnato all’abbazia olandese.

 


mercoledì 19 dicembre 2007

Westmalle Dubbel




Birra dal colore bruno rossiccio, piacevolmente secca ma caratterialmente maltata. Ricavata da una ricetta del 1926 (la quale, a sua volta, era una derivazione della prima birra scura prodotta dal monastero fin dal 1856), questa dubbel (reperibile, oltre che in bottiglie da 0,33 e 0,75, anche in fusti) ha un bellissimo cappello di schiuma, cremoso e compatto. L’aroma è allo stesso tempo fruttato e luppolato, molto “stuzzicante”, sicuramente piccante; è ricco e importante, con una note finale di malto corposo. Ha un palato ugualmente deciso, di frutta secca, malto, cioccolato e luppolo speziato; ha un corpo agile e ben strutturato, con un gusto secco e luppolato, che la giusta frizzantezza fa apprezzare al meglio. Termina con personalità, dimostrando di essere capace di un retrogusto delicato di luppolo, malto tostato e frutta (banana e frutta passita).Alc. 7% vol. ©Alberto Laschi

Westmalle Tripel



C’è tutto, non di tutto: c’è, in questa birra, tutto quello che è necessario e sufficiente per fare una splendida triple, anzi, la “madre” di tutte le triple, per universale riconoscimento. Molto alcolica, bionda, alta fermentazione: le tre condizioni (o almeno, le tre principali) per le quali si dà vita ad una triple, e che in questa birra (dalla ricetta pressoché immutata dal 1956) sono presenti al top. Bel colore oro antico, schiuma compatta, cremosa e abbondante, con un perlage che ricorda lo champagne (in Belgio la chiamano ancora, non a caso, “lo champagne di Campine"). L’aroma: ricco e complesso, molto pronunciato, con sentori fruttati (banana), un luppolo vivacissimo e un tocco di malto nel sottofondo. Il corpo è robusto, strutturato e caldo: il luppolo la fa da padrone, in un contesto fruttato, e la potenza dell’alcool la completa nel finale. Moderatamente frizzante, da vita ad un finale secco e asciutto, mediamente astringente e nettamente amaro. L’invecchiamento la fa variare nel gusto, fino ad una preponderanza del fruttato e abboccato. Alc.9.5% vol ©A.Laschi

I Trappisti e le Birre - Abbazia di Nostra Signora del Sacro Cuore di Westmalle


Abbaye Notre-Dame du Sacré-Cœur de Westmalle


L’abbazia di Westmalle si trova a Malle, sulla strada che congiunge Antwerp a Turnhout, a nord-est di Anversa, nella regione delle Fiandre.


Storia del monastero

La storia del monastero ha inizio nel 1794, quando alcuni monaci provenienti dal monastero francese di Nostra Signora della Grand Trappe si insediano in una tenuta agricola nei pressi di Malle. Sfuggiti alle persecuzioni scatenate dalla rivoluzione francese, alcuni monaci, partiti dalla Normandia, riescono a trovare rifugio nel 1791 presso il monastero svizzero di Val Sainte, guidato da Dom Augustin di Lestrange. La situazione appare subito come non definitiva: il senato di Friburgo infatti aveva già deliberato in anni precedenti che la comunità monastica non avrebbe mai dovuto superare il numero di 24 monaci, e quindi, passata l’emergenza, l’abate è costretto a pensare subito ad una nuova destinazione per almeno una parte dei propri confratelli. L’America appare subito come un campo di apostolato adatto per l’espansione del monastero, e nel 1793 tre monaci, Dom Jean Baptiste, Dom Eugenio de Laprade, Jean-Marie de Brune, si mettono in viaggio dalla Svizzera al Belgio per imbarcarsi alla volta dell’America stessa. Mentre si trovano a Gand vengono messi in contatto con monsignor Nélis, vescovo di Anversa, che manifesta loro il proprio desiderio di dare vita ad un monastero di vita contemplativa all’interno della propria diocesi.
I tre monaci, avendo nel frattempo avuta l’autorizzazione al cambio di destinazione da parte dell’abate dom Augustin, prendono così possesso nei primi mesi del 1794 di una fattoria che un ricco signore del luogo, R. De Wolf, aveva acquistato anche grazie ad una sottoscrizione popolare e aveva messo a loro disposizione. Il nome di questa fattoria è evocativo: “Nooit Rust” (“senza posa”, tradotto letteralmente); sembra fosse chiamata così perché la particolare conformazione del terreno costringeva chi la possedeva ad un lavoro senza riposo per farla fruttare. E senza posa i monaci si mettono subito al lavoro in questa nuova sede, come incessante è la loro ricerca di Dio attraverso la vita di preghiera.
Ma il progetto di fondare un nuovo monastero in America è sempre presente nella mente dell’abate svizzero don Augustin, e così, sempre nel 1794, e precisamente ad Aprile, spedisce dalla Svizzera altri otto monaci sotto la guida di dom Arsene alla volta di Westmalle: arrivati lì, dom Arsene assume la responsabilità di abate del nuovo monastero, permettendo così a dom Jean Baptiste di ripartire alla volta della destinazione originaria, l’America. E’ il 6 giugno del 1794, ed è la data ufficiale della nascita del monastero di Notre-Dame du Sacré-Cœur di Westmalle, che conta già 12 monaci.
Gli effetti deleteri della Rivoluzione Francese però non ci mettono molto a travolgere anche qui in Belgio la vita della ancor giovane comunità monastica di Westmalle. Nel 1795 i monaci sono costretti ad abbandonare il piccolo monastero a causa dell’invasione del Belgio da parte degli eserciti francesi. Riescono a rifugiarsi in alcuni dei monasteri della vicina Westfalia, e non fanno ritorno a Westmalle fino al 1802, quando l’abate svizzero dom Augustin, contando sulla apparente benevolenza delle truppe napoleoniche, riesce a farvi arrivare alcuni monaci provenienti da Darfeld. Nel 1811 però, in conseguenza al famoso editto Napoleonico con il quale si abolivano, fra le altre cose, anche gli ordini religiosi di clausura, i monaci sono costretti nuovamente ad abbandonare il monastero, riuscendo però a mettere in atto un piccolo, ma di fondamentale importanza, escamotage: tre di loro infatti, in abiti secolari e non più monacali, restano a sorvegliare ed amministrare i beni dell’ordine., sostenuti anche dall’appoggio dell’allora sindaco di Westmalle, msr. Delen, e di un ricco uomo d’affari di Anversa, il barone Pierre de Metode.
Il 21 agosto 1814 è la data ufficiale della definitiva rinascita del monastero, il primo ad essere ricostruito in Belgio dopo il turbine rivoluzionario. Ricostruzione, ma con alcune limitazioni: viene proibita la clausura, vengono tollerate le attività educative ed assistenziali, solo il numero dei costituisce una eccezione, sono 40 e non 20, come prescriveva l’ordinanza. Nel 1836 la bufera sembra passata in maniera definitiva, e il monastero che era, per il diritto canonico, ancora solo un convento, viene elevato al rango di abbazia da Papa Gregorio XVI; contestualmente, il primo abate ufficiale di Westmalle, dom Martin, viene nominato anche vicario generale dei trappisti in Belgio.
Da quell’anno la storia religiosa del monastero non riceve più scossoni, ed arriva fino ai giorni d’oggi, nei quali la comunità monastica vive secondo la Regola dei trappisti della stretta osservanza, con la giornata, che inizia alle 4.00 del mattino e termina con la compieta delle 20, scandita e segnata dal ritmo della preghiera e del lavoro.


Storia della birreria

La produzione interna di birra a Westmalle inizia nel 1836, sotto la guida del primo abate, dom Martins, che il 1° agosto di quell’anno delibera la costruzione di un ambiente ad essa preposto. I lavori terminano entro la fine dell’anno stesso, e alla farmacia, alla stamperia, alla biblioteca e al laboratorio di tessitura i monaci affiancano un’altra loro specifica attività, inizialmente volta solo alla produzione per il fabbisogno interno. I primi monaci addetti alla produzione sono Padre Bonaventura Hermans, farmacista e grande conoscitore di erbe e piante, e Padre Albericus Kemp, che aveva già lavorato in una fabbrica di birra prima di scegliere la vita monacale.

  
Pater Bonaventura Hermans († 1873) -    Monaco a lavoro nella birreria (1966)

La prima cotta viene servita nel refettorio dei frati il 10 dicembre 1836, e fino al 1860 la produzione è limitata al consumo dei padri; solo occasionalmente alcune bottiglie di birra venivano vendute fuori dai cancelli del monastero. Nel 1856 viene brassata per la prima volta una birra scura, “antenata” dell’attuale dubbel. E’ dal 1861 che comincia la vera e propria commercializzazione delle birre di Westmalle, (Chimay aveva cominciato già da due anni), dietro l’impulso tecnico produttivo di padre Van Ham, prussiano, con un fratello che produceva birra in Germania e dal quale aveva imparato, e poi importato nel monastero, importanti nozioni tecnico - commerciali. La produzione di birra aumenta gradualmente, in parallelo ai progressivi ampliamenti e ammodernamenti dell’impianto di produzione, fino al 1918, quando l’impianto viene temporaneamente chiuso per i danni provocati dall’esercito tedesco. Riaperto ufficialmente nel 1921, il birrificio interno ricomincia a produrre a pieno regime, e i monaci scelgono di avvalersi di distributori esterni al monastero per la commercializzazione delle loro birre, che iniziano a farsi conoscere in tutto il Belgio. E’ nel 1932 che il priore deposita come marchio registrato il logo e il nome delle proprie birre, preceduto dall’appellativo “trappistenbier” ,e nel 1935 viene definitivamente registrato un modello di bottiglia che reca stampigliato sul collo le lettere “A” e “W”, ancora oggi usate.

  

Nel 1934 finisce la costruzione di un impianto di brassaggio completamente nuovo. Sono gli anni del boom: le birre in produzione sono la Extra, la Dubbel Bruin, e la Blond. La Triple, ancora oggi il top della produzione di questo birrificio, viene prodotta a partire dal 1934, e la ricetta risulta praticamente immutata dal 1956. Fino alla data odierna altri lavori vengono fatti all’interno della fabbrica di birra dei monaci, oggi quasi del tutto computerizzata, nuove catene di imbottigliamento vengono installate, per una produzione annuale di circa 130.000 hl. Ma il segreto del successo rimane sempre lo stesso: l’uso di materie prime selezionate, acqua pura (prelevata da un pozzo profondo 70 mt. al di sotto dell’abbazia), malto d’orzo, luppolo fresco, il miglior zucchero candito, ceppi di lieviti coltivati in proprio. Sono birre vive, rifermentate in bottiglia, con gusto in costante evoluzione, pertanto non esistono due bicchieri assolutamente identici, essendo influenzati dall’invecchiamento, dalla conservazione, dal modo di versare la birra e dalla temperatura di servizio.
L’abbazia produce tre birre, due delle quali regolarmente in commercio: una, la “Extra” (4°) dal gusto rotondo e rinfrescante, moderatamente amara con note di mela, erba e paglia, è prodotta solo due volte all’anno ed è riservata all’uso interno per accompagnare il pranzo dei monaci e dei fortunati ospiti dell’Abbazia (viene paradossalmente chiamata dalla birreria “la Pils delle birre ad alta fermentazione”).




ABDIJ ONZE-LIEVE-VROUW VAN HET HEILIG HART
Antwerpsesteenweg 496
B-2390 Westmalle - Belgium
Tel.: +32 3 312 92 00
Tel. Alloggi per Pellegrini: +32 3 312 92 09
Fax: +32 3 312 92 20

BROUWERIJ DER TRAPPISTEN VAN WESTMALLE
Antwerpsesteenweg 496
B-2390 Westmalle - Belgium
Tel.: +32 3 312 92 22
Fax.: +32 3 312 92 28


©Testo di Alberto Laschi
©Immagini tratte da www.trappistbeer.net



sabato 15 dicembre 2007

Achel Brune




Ottima birra nel pieno rispetto del range del “doppio malto” con il tocco di classe derivato dalla tradizione trappista. Bella testa di schiuma, anche se non molto persistente, colore tonaca di frate limpido e brillante, frizzantezza media. Al naso ha note floreali e di frutta matura, con acuto anche il sentore dell’alcool. Corpo rotondo, strutturato, ma non eccessivamente robusto, con la prevalenza delle note amarognole della liquirizia, del rabarbaro, con un finale però abboccato di malto. Finisce molto lunga ed equilibrata, piacevolmente asciutta. Alc. 8% vol ©A.Laschi


Achel Extra Brune



Ottima, veramente, il top della gamma di Achel, questa quadruple strong dark di tradizione trappista. Ha un bel colore tonaca di frate con riflessi ramati, leggermente opalescente, un cappello di schiuma considerevole, beige, a bolle grosse e di media consistenza, ma di lunga persistenza. Di frizzantezza non spiccata, la bottigliea contiene una piccola quantità di sedimento che si apprezza nella sversatura. Il naso è caramelloso, sciropposo, con note brillanti di liquirizia, malto e cioccolato, e la frutta rossa (susine, ciliegie) in netta evidenza. Anche lo speziato, nel naso come al palato, si fa apprezzare, in un corpo robusto, strutturato e caldo: è avvolgente il tutto, con l’alcool non aggressivo e un sentore di barrique, insieme alla vaniglia, allo zucchero candito e ai chiodi di garofano. Il retrogusto è leggermente maltato e amarognolo, in una corsa finale lunga ed equilibrata. Alc. 9.5% vol. ©A.Laschi

Achel Blond (Tripel)




Birra un po’ “strana”, ma molto piacevole. Schiuma fine e non persistente, colore biondo velato, aroma fresco, leggermente luppolato, ma anche ricco di note speziate (quasi di lievito). Corpo rotondo e strutturato, nel quale si alternano al palato note morbide di malto, alcuni sentori leggermente piccanti e speziati, note sicuramente agrumate con un finale ricco di sapori legati alla frutta matura (sembra fico). Complessa, e variabile anche nel finale comunque molto lungo e altrettanto ricco di note mutevoli ed in evoluzione continua. Alc. 8& vol ©A.Laschi

I trappisti e le birre - Monastero di Nostra Signora di S. Benedetto in Achel



Storia del monastero

Il monastero di Nostra Signora di san Benedetto di Achel (pronuncia “Ackle”, all’incirca, con una consonante un po’ gutturale, come la ch in loch) si trova nel Limburgo belga, a soli 20 km dalla città olandese di Eindhoven, posta poco al di là del confine fra Belgio e Olanda. Situata a poca distanza dal borgo belga di Hamont, il piccolo villaggio di Achel vede il proprio monastero (AchelseKluis: “il riposo/rifugio di Achel”) sorgere sulle rive del fiume Tongelreep.
Il monastero vede “ufficialmente” la luce nel 1854, ma si hanno notizie che già nel 1656 esistesse nella zona di Achel un luogo di preghiera in cui si riunivano i cattolici di questa parte del Belgio, allora a forte prevalenza protestante; fu così che nel 1686 il monaco Petrus Van Eynatten, proveniente da Eindhoven, vi fondò una comunità di monaci eremiti. I monaci restarono in questo luogo fino a quando la Rivoluzione Francese spazzò via la loro comunità, come successe a molte altre presenze ecclesiali dell’Europa del Nord. La storia di Achel ricomincia dal 1838, quando l’allora abate della non lontana abbazia di Westmalle, su sollecitazione delle popolazioni locali, cominciò a riprogettare la presenza di monaci benedettini nella zona di Merseel. Il progetto andò avanti, con notevole successo, tanto che nel 1845 i locali allora adibiti alla vita dei monaci non risultarono più adeguati e sufficienti. L’abate di Westmalle venne a conoscenza che nel vicino villaggio di Achel erano in vendita i resti di quel convento fondato nel 1686, in quel momento poco più di un rudere adibito ad attività agricole. Nel 1845 la comunità monastica di Westmalle decide di acquistare questa proprietà, che era finita in mani laiche, e nel 1846 (il 19 marzo per la precisione), dopo i primi urgenti lavori di ristrutturazione, i monaci del monastero di Merseel entrano in solenne processione nel piccolo villaggio di Achel, “prendendo possesso” del nucleo rifondato della futura abbazia. I primi abati ridettero progressivamente vigore, solidità e tradizione alla presenza monastica della zona, facendo dell’abbazia di Achel una presenza spiritualmente significativa ed economicamente florida ed autosufficiente.
Il tutto fino agli anni della prima guerra mondiale. Infatti nel 1917 i monaci furono costretti ad abbandonare il monastero (e la fabbrica di birra interna, già attiva dal 1850), sottoposti a bombardamento dai tedeschi. I tedeschi stessi poi provvidero a smantellare gli impianti di produzione e i bollitori di rame per convertirli in materie prime da usare poi per la produzione di guerra. Sono ancora rintracciabili negli archivi della comunità monastica i documenti che provano la requisizione e lo smantellamento degli impianti, dal peso totale di 725 chilogrammi, che vennero poi trasportati a Vivegnis, nella provincia di Liegi. I monaci si rifugiarono in monasteri limitrofi, alcuni in Germania, altri in Olanda, e solo alcuni anni dopo la fine della guerra ritornarono definitivamente nel monastero originario di Achel. Dopo la guerra la comunità di Achel chiese al ministero della guerra belga un risarcimento danni, per ricostruire convento e birreria. Ma siccome l’Abbazia risultava intestata a due Trappisti olandesi, la richiesta venne ritenuta infondata. Il contenzioso si trascinò fino al 1925, anno in cui il governo belga versò un parziale risarcimento.
Ancora più complessa la vita dei monaci durante la Seconda Guerra mondiale: nel 1943 furono costretti ad abbandonare il monastero dietro l’ordine esplicito della Gestapo, che accettò di lasciare solo dieci monaci a controllare il podere agricolo legato all’abbazia. Solo nel 1946, a guerra finita, i monaci di Achel che avevano vissuto nella diaspora a Tegelem in Germania e in altri monasteri belgi rientrarono solennemente in possesso dei resti dell’abbazia e del monastero, duramente provato dagli eventi bellici, e sempre in quell’anno (il 21 di marzo per la precisione) diedero l’inizio ai lavori di restauro e ampliamento del convento, che in quel periodo doveva ospitare più di cento monaci. I risultati di quell’opera di ricostruzione si possono ammirare ancora oggi, e fanno del monastero di Nostra Signora di san Benedetto di Achel uno degli esempi più solenni dell’architettura benedettina in Europa.


Storia della birreria

Quando Achel fu fondata nel 1846 nell’edificio conventuale non era presente, né allora lo si prevedeva, un locale attrezzato per la produzione birraria, e la birra, che i monaci potevano bere in quanto permesso loro dalla Regola, veniva acquistata direttamente da fornitori locali esterni al monastero. Quando però il convento si ampliò e il numero dei frati crebbe, la comunità monastica decise di costruire un birrificio interno, i cui lavori iniziarono solo dopo l’autorizzazione statale arrivata con Regio Decreto del 12 Luglio 1850. La costruzione terminò due anni dopo con la realizzazione della malteria. I primi lavoratori e il primo mastrobirraio erano laici provenienti da fuori del monastero, così come le materie prime: l’acqua per la produzione veniva incanalata al monastero da una condotta sotterranea, che la prelevava dal vicino torrente Tongelreep. La produzione continuò ininterrottamente fino agli anni della prima guerra mondiale, quando, come abbiamo visto in precedenza, gli impianti furono chiusi e smantellati dalle truppe tedesche di occupazione. Visto che le risorse economiche negli anni immediatamente successivi alla guerra non furono sufficienti per ricostruire la birreria smantellata, i monaci da allora provvedettro alla propria sussistenza economica facendo funzionare un podere, con le verdure, i maiali e le mucche da latte. Ma con il passare degli anni, e la scarsità di nuove vocazioni, il lavoro agricolo si rivelò troppo pesante per la comunità di monaci cistercensi ivi presenti, cosicché si arrivò alla deliberazione da parte della comunità di vendere acri di terra per finanziare la ricostruzione della fabbrica di birra. Così, quasi ottanta anni dopo l’interruzione della produzione birraria all’interno del monastero, negli anni ’90 si inizia la costruzione del nuovo birrificio, e nel 1999, sotto la supervisione di padre Thomas dell’abbazia di Westmalle (abbazia “madre” di Achel, cioè quella da cui provenivano i monaci fondatori di Achel stessa) inizia la produzione sperimentale di birra in proprio.

         


Le prime birre prodotte nel 1999, delle quali fu proprio l’abbazia di Westmalle a farsene garante, così come delle materie prime usate, furono 2 bionde e 1 scura, dalla gradazione di 4° e 6°; nessuna di queste fu imbottigliata, ma furono messe in vendita al pubblico alla spina, e poterono essere consumate dai padri al posto della Westmalle dubbel, la sola birra concessa per il consumo giornaliero interno della comunità. Sin da allora, avendone i requisiti necessari, alle birre di Achel fu subito conferito il marchio “Authentic Trappist Product”. Nel 2001 le condizioni di salute di padre Thomas non gli permisero più di supervisionare la produzione birarria di Achel; fu lo stesso abate di Achel a convincere padre Antoine, mastro birraio dell’abbazia di Rochefort (fondata nel 1887 da monaci provenienti da Acel stessa) e in quel momento “in pensione” dopo la sua attività lavorativa proprio ad Achel, a riprendere la propria attività di mastrobirraio, per ”aiutare” le birre di Achel a crescere. E in effetti la produzione di Achel, sotto la sapiente mano di padre Antoine cominciò a prendere quota e spessore: sempre nel 2001 vide la luce la prima triple, e l’anno successivo la Achel bruin 8°, la prima vera grande birra di Achel. Padre Antoine è poi dovuto rientrare a Rochefort, ma tutt’oggi è sempre un membro della comunità monastica di Achel a svolgere la mansione di mastro birraio nel birrificio interno, che ha una produzione annuale di circa 3000 hl. e che non è, chiaramente, visitabile, come tutti gli altri birrifici monastici.

St. Benedictusabdij De Achelse Kluis
De Kluis 1
3930 Hamont-Achel
Tel. 0032 (0) 11 800 760

©Testo Alberto Laschi
© Immagini dal sito web www.trappistbeer.net e dal sito web www.achelsekluis.org



martedì 27 novembre 2007

Rochefort 10




La “Merveille”. Dagli anni ’50 è uno dei must dell’intera produzione trappista. Colore mogano scuro, leggermente opalescente per il lievito in sospensione, con schiuma color caramello, fine e persistente. Il naso: profumi netti ed intensi di banana, frutta secca, caffè tostato, liquirizia e pepe; dire che è ricca, multiforme, esplosiva non rende completamente l’idea. E’ una vera prelibatezza. 11,2°: la potenza sì, ma in assoluto controllo ed equilibrio. In bocca è calda e strutturata, morbida e avvolgente; moderatamente frizzante si fa gustare con lentezza e metodicità. Le sensazioni del palato: malto, sempre e dovunque, frutta matura, spezie, pepe e cannella, un po’ di cioccolato e liquiriza, lievito, ma non in ordine sparso: ognuno di questi al momento giusto e al posto giusto, senza doppioni né sovrapposizioni. La corsa è delicata, calda di alcool, generosa di sensazioni: ancora la liquirizia, l’amarino del cioccolato, un delicato luppolo finale che la rende armoniosa e armonica. Difficile fare meglio e trovare di meglio. Da servirsi a temperatura rigorosamente di cantina.  Alc. 11,3% Vol.
© Alberto Laschi